
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il suo approccio fuori dagli schemi, ha introdotto proposte e visioni che potrebbero ridefinire radicalmente gli equilibri internazionali. Per comprendere meglio le implicazioni di queste mosse Shalom ha intervistato Maurizio Molinari, editorialista de La Repubblica.
Lo scorso 4 febbraio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha proposto l’evacuazione dei palestinesi e la trasformazione di Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Si tratta di un piano che ha incontrato molte e forti resistenze, qual è il vero intento dietro questa iniziativa?
Trump ha presentato un’idea, più che un piano, il cui intento è anzitutto rendere inequivocabile che Hamas deve essere sradicata da Gaza e che, in secondo luogo, serve un piano di sviluppo capace di trasformare radicalmente la Striscia da luogo di violenza e povertà a simbolo della rinascita economica regionale. L’altra novità è nella narrazione perché se facciamo attenzione al linguaggio di Trump ci accorgiamo che si mette dalla parte degli abitanti di Gaza: parla del loro interesse e del loro futuro, gli offre di andar via volontariamente e poi di ritornare a ricostruzione avvenuta, dice che il loro benessere è una sua priorità. Ma non è tutto perché quando Trump afferma che gli Stati Uniti avranno la responsabilità della Striscia fa capire che vuole essere dentro il Medio Oriente, proprio come avviene in America Centrale con Portorico e Virgin Islands. Il messaggio è rivolto anzitutto ai Paesi arabi che ora stanno preparando la loro controproposta guidati dall’Arabia Saudita. C’è una crescente apertura da parte di Egitto, Giordania ed Emirati. Non siamo ancora all’accordo definito ma qualcosa si muove nel mondo arabo.
Le proposte di Trump segnano un possibile cambio di paradigma nella politica statunitense in Medio Oriente. Quale sarà il nuovo ruolo degli Stati Uniti nella regione e quale posizione assumeranno Russia, Cina ed Europa?
L’interesse degli Stati Uniti è di estendere gli Accordi di Abramo, allargandoli non solo all’Arabia Saudita ma anche a Libano e Siria. Generando uno scenario senza precedenti dal 1948: Israele in pace lungo tutti i suoi confini. Resta ovviamente da definire il rapporto con i palestinesi, in Cisgiordania e Gaza, e questo è uno dei temi centrali del negoziato in corso fra Israele e Arabia Saudita. Più in generale, l’estensione degli Accordi di Abramo rientra nel progetto geoeconomico Usa di un corridoio di sviluppo capace di legare India, Penisola Arabica, Israele, Italia e Stati Uniti di cui Trump ha parlato accogliendo il presidente indiano Modi alla Casa Bianca. L’Europa dunque è considerata un partner potenziale, cruciale, degli Accordi di Abramo nei quali però vi sarà spazio creando anche per Mosca mentre il vero rivale è la Cina la cui Via della Sera è il corridoio alternativo Oriente-Occidente a quello immaginato da Trump.
Quale sarà il ruolo di Israele in questo nuovo scenario geopolitico?
È il ruolo di un partner dell’America capace di assumersi responsabilità: per la sicurezza e lo sviluppo suo e della regione del Medio Oriente. Trump non ama l’idea di “alleati” dipendenti in tutto dall’America, preferisce la formula di “partner” che si assumono l’onere di scelte, militari ed economiche, che vanno incontro anche agli interessi degli Stati Uniti. E le priorità Usa in Medio Oriente oggi sono due: l’integrazione economica fra risorse dei Paesi arabi e alta tecnologia israeliana; il contenimento strategico dell’Iran fino ad obbligarlo a rinunciare al nucleare.
In che modo le dinamiche tra Israele, Gaza e il Medio Oriente si intrecciano con la visione di Trump a livello globale, in particolare sul conflitto tra Russia e Ucraina?
L’intreccio sta nel cambiamento di ruolo della Russia. Trump vuole trasformarla da parte del problema in parte della soluzione. Ucraina e Medio Oriente fanno parte dello scacchiere del Mediterraneo allargato. Oggi il tema regionale è il conflitto Occidente-Russia. Trump vuole uscire dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente grazie al recupero del rapporto con la Russia. Guardando ad un’intesa bilaterale più ampia con Mosca, soprattutto economica, al fine di isolare il vero rivale strategico: la Cina.
Il presidente degli Stati Uniti, in questo primo mese di amministrazione, sta adottando un approccio del tutto “out of the box”, con scelte che appaiono a molti brusche, provocatorie, aggressive. Quali rischi e quali opportunità possono generare?
Trump agisce fuori dagli schemi perché si tratta di un metodo con cui persegue di ribaltare situazioni e scenari, selezionando gli interlocutori. Chi accetta di ragionare “out of the box” è un partner, chi rifiuta invece si autoelimina. Trump segue questo schema tanto sul fronte interno, in America, che su quello internazionale. È un metodo per definizione assai rischioso: può portare a drammatiche rotture. Ma certo, quando funziona, può ribaltare situazioni considerate finora irrisolvibili. Significa giocare a poker, con poste iniziali davvero molto alte. Il vero interrogativo è come andrà con Putin, che invece preferisce il gioco degli scacchi.
Come leggere l’accelerazione militare israeliana a Gaza?
Bisogna leggerla assieme all’accelerazione militare Usa contro gli Houthi in Yemen. Sono due operazioni militari gemelle, frutto della volontà convergente di Trump e Netanyahu di far comprendere a Teheran che i gruppi terroristi da lei creati negli ultimi decenni sono al tramonto ed anche l’Iran deve cambiare approccio, rinunciando al programma nucleare. Se non vuole subire conseguenze peggiori.