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Eli Sharabi, sopravvissuto a oltre un anno e quattro mesi di prigionia nelle mani dei terroristi di Hamas, ha raccontato per la prima volta la sua drammatica esperienza in un’intervista esclusiva con Ilana Dayan nel programma Uvda di Channel 12.
Pur non essendo mai stato un uomo religioso, Sharabi ha trovato conforto nella preghiera durante la detenzione. “Non sono un uomo di fede, ma dal momento in cui sono stato rapito, ogni mattina recitavo lo ‘Shema Israel’. Non lo avevo mai fatto prima in vita mia”, ha raccontato con emozione. “La forza della fede è incredibile. Sentivo che qualcuno vegliava su di me”.
Sharabi ha vissuto in condizioni infernali nei tunnel sotterranei di Gaza, dove ha incontrato altri ostaggi, tra cui Ohad Yahalomi, che all’epoca era ancora vivo ma in condizioni critiche. Ha subito crudeli violenze psicologiche da parte dei terroristi di Hamas, che lo illusero dicendogli che avrebbe rivisto sua moglie e le sue figlie una volta tornato in Israele. Solo dopo la liberazione ha scoperto la tragica verità: sua moglie Lian e le figlie Yaheli e Noya erano state uccise il 7 ottobre, insieme a suo fratello Yossi, rapito nello stesso attacco al Kibbutz Be’eri.
Nei primi 52 giorni di prigionia, Sharabi è stato detenuto in un appartamento prima di essere trasferito nei tunnel, dove ha vissuto per oltre un anno in condizioni disumane. Le catene alle caviglie non gli sono mai state tolte, provocandogli ferite dolorose. “Alcuni venivano incatenati solo per un certo periodo. Io lo sono stato per un anno e quattro mesi. Le catene erano pesanti e mi laceravano la pelle”, ha raccontato.
L’igiene era inesistente: “Ci facevamo la doccia una volta al mese con una bottiglia o mezzo secchio d’acqua fredda”. Il cibo era scarso: nei periodi peggiori gli ostaggi ricevevano un solo pasto al giorno, una ciotola di pasta da 250-300 calorie. “Non ti importa delle percosse, nemmeno quando ti rompono le costole. L’unica cosa che vuoi è un pezzo di pane”, ha aggiunto. Hamas monitorava attentamente le dichiarazioni dei leader israeliani e usava ogni pretesto per peggiorare le condizioni dei prigionieri. “Dicevano: ‘Il vostro governo non nutre i nostri prigionieri, quindi voi non mangerete. Li picchiano, quindi vi picchieremo. Non li fanno lavare, quindi niente doccia per voi’”.
Nonostante tutto, Sharabi si considera “fortunato”. “Non provo rabbia. Sono stato fortunato ad avere Lian per 30 anni, ad avere due figlie meravigliose, fortunato che non mi abbiano ucciso. Fortunato che, dopo 16 mesi, sono riuscito a tornare dalla mia famiglia. Sono fortunato”.